Slow Design
Lento non è uno stile. È quello che chiede il metallo.
L'argento incrudisce mentre lo martelli. Oltre un certo punto si spacca: allora ti fermi, lo scaldi finché non torna docile, e ricominci. Su un bracciale può succedere dieci volte. Il ritmo lo detta il metallo, non il calendario, e un pezzo è finito quando ha smesso di opporsi.
La maggior parte del lavoro è questa: non imporre una forma, ma seguirne una finché non si presenta. È il motivo per cui il lunedì non posso promettere che una cosa sarà pronta il venerdì, ed è il motivo per cui qui niente viene fatto due volte.
Da dove viene il metallo
Il metallo nobile non si distrugge quasi mai. Oro e argento vengono fusi, affinati e rimessi in circolo, e poi di nuovo — gran parte del metallo che passa oggi nelle botteghe italiane è già stato qualcos'altro.
Le mie limature e i miei ritagli vanno all'affinazione e tornano indietro come materia da lavorare. E quando qualcuno mi porta l'oro della nonna, quello è riciclo nel senso più letterale: stesso metallo, oggetto diverso, stessa famiglia.
Non ho nessuna certificazione per tutto questo, e preferisco non chiamarlo sostenibile. È semplicemente il modo in cui questo mestiere ha sempre funzionato. Si dà il caso che sia uno dei pochi in cui non si butta quasi niente.
Perché ci vogliono settimane, e perché costa quello che costa
Dalle due alle cinque settimane, perché ogni pezzo è fatto da una persona sola, a mano, nell'ordine in cui il lavoro arriva. Nessun lotto, nessuno stampo, nessuna seconda linea.
Il prezzo segue la quotazione giornaliera di argento e oro, più le ore al banco. Né l'una né le altre si comprimono. Quello che paghi è il tempo, che è l'unica parte che non si può industrializzare.
Cosa ti resta
Un oggetto fatto uno alla volta. Si può ridimensionare, riparare, ritoccare — e un giorno rifondere e trasformare in qualcos'altro, per qualcun altro.
